Perché io vivo con il mio tempo… con il progresso, la performance“. Questo era lo slogan che l’Oreal aveva scelto negli anni ’90 per alcuni suoi prodotti. A decantarlo erano top testimonial come Claudia Schiffer. Pur diventando un tormentone probabilmente nessuno – tranne gli o l’autore – lo avevano ben decifrato.

Che significa vivere nella performance? Chi è il performer? Quando lo si diventa? Quello della performance è un atto artistico riconducibile al dadaismo prima, alla body art poi, perché nel gesto dell’autore si realizzava e realizza l’opera stessa. Di esempi ne potremmo fare tantissimi, ma qui ci preme capire quando la moda, la pubblicità dei prodotti estetici, noi stessi siamo diventati performer, quando abbiamo iniziato a vivere nella perfomance. Per farlo abbiamo incontrato Luisa Valeriani, docente di sociologia delle arti e della moda alla Sapienza di Roma e di Creatività e circuiti dell’Arte all’Università IULM di Milano, che ha da poco pubblicato il libro “Performers. Figure del mutamento nell’estetica diffusa” che, partendo dalla rivoluzione dei Passage di fine ‘800, delle vetrine, passando poi per Duchamp, Warhol, Miyake, Fiorucci, ci accompagna in un viaggio alla scoperta del nostro essere diventati soggetti performativi anche in piccoli gesti, come scegliere che moda indossare o modificare lo status nei profili dei nostri social network.

Come nasce Performers?

Performers nasce dalla mia attività di studiosa, di docente, di networker. Mi sono resa conto che in questi anni le mie ricerche hanno ruotato sempre intorno a quella che a me sembra la nuova soggettività in azione, e che ho chiamato Performer. Il libro cerca di metterne in luce le origini, le dinamiche, le intersezioni, i mutamenti, insomma la processualità del suo affermarsi; e cerca di farlo in modo anch’esso performativo.

Cioé mettendosi in gioco e contemporaneamente richiedendo un contributo di attenzione, partecipazione, messa in gioco… Non c’è un discorso filato, dimostrativo, organico, come in un manuale; è invece un succedersi di spot che illuminano aspetti diversi, spesso incrociandosi e richiamandosi l’un l’altro.

Quando siamo diventati Performers? E quanto ne abbiamo coscienza?

Se partiamo dalla definizione antropologica data da Turner, caratteristica della performance è quella di essere liminale, cioé di mettere a nudo i conflitti, di evidenziare le discontinuità rispetto all’ordine prestabilito. Il performer infrange le cristallizzazioni di senso, ricombina l’immaginario in modo creativo: sovverte giocando. Cioé non si mette a confutare un sapere attraverso una dotta disquisizione, ma lo fa mettendo in atto una pratica performativa.

Poiché oggi la partita del senso si svolge sul terreno dei media, il performer esercita un ruolo critico rispetto alle strategie di potere usando tatticamente i propri linguaggi, con una abilità trickster, straniante. Attraverso esperienze che ci plasmano nell’atto stesso di praticarle, con la performance costruiamo la nostra identità, facendo confluire etica ed estetica. Dunquediventiamo performers ogni volta che abbiamo coscienza che il nostro agire ci trasforma.

Quando la moda è entrata nell’arte e l’arte nella moda?

La performance è una pratica ibridativa di per sé, dunque ri-mescola e ri-media le pratiche di diversi campi. Per quanto riguarda le arti e le mode, ogni volta che qualcuno ha messo in discussione il senso ricombinandolo in modo creativo, e mettendo in luce, attraverso quella pratica, rapporti di potere e di sapere, si è comportato da performer.

Hanno fatto così gli artisti delle avanguardie storiche, gli stilisti che hanno criticato il sistema moda, le avanguardie di massa degli anni 60 e 70, gli street-styles e il punk… Non c’è una distinzione di categorie, nelle pratiche performative… Non saprei se Warhol è più performer perché fotografava la gente per strada con la polaroid, o perché portava le sneakers con la giacca da smoking e la parrucca bianca, o perché firmava copie della sua rivista dentro la vetrina di Fiorucci: certo, se non avesse fatto tutto questo, probabilmente non avrebbe fatto neppure le Marilyn o le Campbell.

Oggi questa dimensione è fortemente amplificata, come capacità ricombinatoria di forme e contenuti, dalle culture dal basso che si fanno strada nei media: dall’attività dei fan che performano i testi delle serie tv (tipo fan-fiction, blog, ecc.) alle simulazioni rese possibili dai software a larga diffusione, alla connettività delle relazioni di rete che mettono in discussione lo stesso concetto di autorialità.

Quando invece nei suoi interessi accademici?

Beh, i miei interessi accademici sono stati sempre il riflesso e lo specchio di quanto accadeva nella società, e nei media in particolare. Gli studi si sono connessi e ibridati quasi da soli… Se si studiano l’arte o la moda non come sistemi autonomi, ma come interconnessione di significati e scambio culturale, cioé come fenomeni mediali, è ovvio che questo accada.

Come diceva Benjamin, il passato non mi interessa per sé, ma solo come materiale esplosivo che la miccia del presente accende.

Il performer è la miccia che accende le diverse configurazioni che artisti, camp, trickster di ogni tipo, hacker e scienziati, avevano predisposto a livello singolare, e che oggi sono invece diventate soggettività sociale.

ndr:
Le foto e i video che ho scelto per accompagnare questo testo non sono legate necessariamente al libro “Performers” ma sono tutte opere che ho imparato a leggere grazie a alla Professoressa Valeriani di cui sono stato orgogliosamente un alunno.

 

A proposito dell'autore

Secondogenito e gemelli: questo la dice lunga sul mio carattere. “Ottantologo”, Pop addicted, nel corso degli anni ho collaborato con diverse testate, tra cui L@bel, Progress e Aut. La moda è la mia passione più grande perché è cultura, è visione sociologica della vita e del mondo. Freitag addicted le vorrei avere tutte. La Rete è la mia seconda casa. Sono dieci anni che il mio avatar è Psikiatria80, nome del mio primo blog, ma anche di tutti i miei profili sui tanti social network.

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